Una società sotto controllo

In questi giorni sono continuamente bombardato da input socio-ambientali che mi ricordano il grande dilemma della sicurezza informatica: e cioè trovare il giusto compromesso tra privacy e progresso sia commerciale che tecnologico.

Mi sto rendendo conto che la stragrande maggioranza della popolazione se posta davanti all'ipotesi di essere tenuta sotto controllo da parte di un grande fratello, si sente ovviamente "attaccata" e sarebbe contraria a strumenti di rastrellamento dei dati personali (salvo poi dover accettare forzatamente per usufruire di certi servizi aziendali) e magari ritiene che sia corretto avere una tutela legale della propria riservatezza, ma contemporaneamente delega ad altri il controllo di sicurezza, non presta attenzione alle azioni che intraprende, nè valuta i rischi quando è attratta da qualcosa di innovativo (come i bimbi quando vedono un giocattolo nuovo, che lo vogliono e basta!).

L'entrata in vigore del GDPR ha creato non pochi disagi alle aziende, le quali se potessero, eliminerebbero tutti i balzelli burocratici relativi alla privacy. Tuttavia, attraverso delle azioni virali le aziende riescono ad escogitare sempre nuovi sistemi per strappare dati ed elaborare informazioni e previsioni. Dall'altra parte abbiamo una platea di comuni cittadini che alla prima App che invecchia la faccia non presta attenzione a chi conferisce i propri dati e nel caso specifico la forma del viso e accetta, accetta, accetta qualunque cosa pur di provarla (Io no! non sono un accept man, ma questo non significa che non uso la tecnologia!)

Appena 24 ore fa, si è diffusa la notizia che dietro a quella app ci sia nientemeno che l'ombra della Russia e dei servizi segreti, e cioè che l'app sia forse uno strumento per rastrellare dati per il riconoscimento facciale e creare un'enorme mole di dati per l'addestramento di intelligenze artificiali, visto che i server dell'azienda che ha diffuso l'app, si trovano a San Pietroburgo. ...

L'impatto del REG. UE 2016/679 sulla Net Economy

A due giorni dall'entrata in vigore del nuovo regolamento europeo sulla privacy noto come GDPR 2016/79, sono ancora enormi le perplessità del mondo informatico, ma anche delle aziende che si sono affidate da tempo alla new economy per accrescere le loro potenzialità di vendita e di marketing. Agli albori del web, non solo il protocollo HTTP era (ed è tutt'ora) senza stato (tanto per ricordare che i cookies furono un'invenzione successiva), ma dopo si diffuse l'idea che la net economy avrebbe proiettato l'economia verso un capitalismo più snello, veloce e flessibile. Oggi, invece, ci ritroviamo sommersi in un mare di burocrazia, creata da eurocrati privi di ogni contatto con la realtà lavorativa quotidiana ed incapaci di legiferare col bisturi.

Tanto per essere chiari, le nuove regole non sono errate, anzi vanno nella direzione giusta. Non tengono conto però delle difficoltà implementative sia a livello di codice, sia a livello di organigrammi aziendali da porre in essere e "mantenere" economicamente.

Prima di tutto, è logico pensare che non vi sia differenza tra piccole realtà aziendali (piccole e medie imprese) e big data. Chi si registra in un negozio elettronico sconosciuto fornisce i propri dati personali così come accade su amazon, ebay, facebook o google. La normativa al riguardo però è piuttosto ambigua e ciò è pericoloso a livello di sanzioni. A mio parere sarebbe insensato sanzionare le aziende in egual modo perchè le sanzioni per i "big" sarebbero ridicole rapportate al loro giro d'affari, ma altrettanto determinanti per la sopravvivenza e la crescita delle PMI ...